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“Fiori per Algernon” di Daniel Keyes

“Fiori per Algernon” l’ho conosciuto grazie ad un gruppo di lettura, altrimenti dubito lo avrei mai letto e sarebbe stato un gran peccato perchè scorre benissimo ed è un concentrato di umanità doloroso e consapevole.

Algernon è un topo, ma non un topo qualsiasi in quanto, a seguito di un intervento sperimentale, lo stesso triplica il proprio quoziente intellettivo, tant’è che, al pari suo, il medesimo esperimento viene condotto su un essere umano, Charlie Gordon, un giovane uomo cresciuto con la dolorosa consapevolezza di essere diverso, rifiutato dalla famiglia ma accolto da un gruppo di colleghi, che però gli si rivolteranno contro non appena egli, a seguito di tale esperimento, sarà in grado di elaborare un pensiero proprio e critico, pertanto scomodo al alcuni, di certo a coloro i quali sino a poco tempo prima lo deridevano facendogli credere di averlo a cuore.

Questa è la consapevolezza che maggiormente ferisce dell’intero libro, quella che a me ha fatto più male in quanto, pur egli mantenendo un atteggiamento umile, viene accusato di presunzione, scambiando la sua “nuova” capacità di ragionamento per mera prosopopea; purtroppo però l’effetto dell’esperimento non sarà duraturo, tant’è che ciò si nota inizialmente nel progressivo deterioramento delle facoltà cognitive di Algernon, il topo di laboratorio che Charlie cerca di salvare da una inevitabile fine, sino al decesso dello stesso che viene sottratto alla cremazione in laboratorio a favore di una degna sepoltura.

In questa occasione Charlie, consapevole di quanto lo aspetti, chiede a Dio di non toglierli tutto e questo è il passo più commovente dell’intera narrazione; il resto lo ometto per ovvie ragioni, ma posso dire che l’unico desiderio di Charlie è che vi siano sempre dei fiori sulla tomba di Algernon, alla fine l’unico amico che abbia mai avuto e che lo abbia accettato per ciò che è stato.

E’ il diario di un uomo che voleva essere come tutti gli altri, è una richiesta di accettazione, è un libro scritto in maniera magistrale e che tocca le corde profonde dell’anima.

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“La paziente silenziosa” di Alex Michaelides

Questo è stato un libro che non rientra a pieno titolo tra le letture che di solito affronto e infatti lo avevo acquistato molto tempo fa per mera curiosità, per poi parcheggiarlo su uno scaffale della mia libreria. E invece… bellissimo, letteralmente divorato in tre giorni!

La paziente silenziosa, figura che dà il titolo al romanzo, è Alicia Berenson, un’artista che, chiusasi in un mutismo assoluto dopo il presunto assassinio del marito, stuzzica la curiosità dello psicologo Theo Faber, il quale, mosso dal desiderio di conoscere il movente del delitto e, conseguentemente, del mutismo della donna, riesce ad essere assunto dalla clinica in cui la stessa viene curata, nonchè ad averla come paziente.

Nonostante Theo si trovi ad affrontare gli ostacoli frapposti da un collega, a dire il vero poco trasparente, insiste nel voler penetrare il mutismo di Alicia, sicuro di potercela fare e di capire cosa sia accaduto in realtà al marito Gabriel, certo che le cose non siano come appaiono; la narrazione si svolge alternando il punto di vista di Theo in veste di narratore e di psicologo e quello di Alicia, ripescato nel passato della stessa, in un magistrale alternarsi di fatti e di punti di vista che inducono il lettore a proseguire nella lettura e infondendogli la curiosità di comprendere quanto emerge capitolo dopo capitolo, evidenziando un gioco subdolo e manipolatorio.

E’ difficile raccontare di più senza sconfinare nello spoiler, ma si tratta di una situazione borderline assolutamente intrigante, in cui alla fine il lettore si trova spiazzato e forse anche un po’ preso in giro, non nel senso di arrivare alla frustrazione, ma di rimanere stupito, sconvolto, esterefatto dal percorso che improvvisamente accompagna al finale.

Lo stile di scrittura è molto scorrevole, pur se asciutto, ma porta ad un crescendo di curiosità che accompagna il lettore da un capitolo all’altro senza permettere pause; il narratore non gioca in maniera onesta con il lettore fino alla fine ma è proprio in questo che risiedono il pathos e la necessità di arrivare sino alla fine, a perdifiato da un capitolo all’altro.

E’ trascinante, è borderline, è travolgente, è incredibile nel finale, un finale secco, inaspettato, che alcuni lettori non hanno gradito ma, sì, ci stava assolutamente.

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“Piranesi” di Susanna Clarke

Un libro che ho voluto fortemente leggere, che ami oppure odi, e che ho affrontato nel periodo di Halloween, perfetta “stagionalizzazione” per l’atmosfera dark academia che questo romanzo regala.

Alle prime pagine sembra di essere catapultati in un universo parallelo, in una biblioteca infinita ricca di statue, di volumi, da una stanza all’altra, in un susseguirsi interminabile di spazi da esplorare ricchi di eleganti librerie decorate e di sculture bianche; si tratta di un contesto del quale nulla è spiegato in relazione all’origine, allo scopo o alle dimensioni dello spazio, l’unica certezza è che vi vive Piranesi, una sorte di custode del quale non si conosce il nome, nemmeno l’origine, ma si sa solo che vive in perfetta sudditanza rispetto a “L’Altro”, un soggetto che ha il potere, le capacità decisionali e direttive su tutto. La Casa sembra quasi una biblioteca perduta in cui gli esseri umani sono raffigurati solo in veste di scheletri e corpi senza vita, che Piranesi ogni giorno accudisce portando loro piccoli oggetti in memoria, con grande cura e rispetto; egli vive perpetuando una serie di azioni ripetitive ed abitudinarie, segnando ogni passaggio sui proprio diari, meticolosamente, secondo una propria progressione temporale.

Il lettore si chiede chi sia Piranesi, da quanto tempo egli viva nella Casa ma soprattutto per quale motivo egli vi si trovi, si chiede quale sia il significato della Casa e dove si trovi questo mondo alienante minuziosamente descritto dall’autrice e di cui Piranesi ogni giorno si accinge a scoprire nuove stanze, riportandone con dovizia i particolari all’Altro, il quale sfrutta ciò che gli viene riportato per comprendere una conoscenza nota solo ad egli, la Grande e Segreta Conoscenza.

Nel corso del progredire della trama la quotidianità inizia a lasciare spazio alla diffidenza, al dubbio che L’Altro non sia il compagno ideale e che una minaccia possa essere in arrivo e ciò porta Piranesi a dubitare, a voltare le spalle all’ordine precostituito, generando un’ansia feroce nell’Altro. Non proseguo oltre, ma pongo l’accento sul fascino di questo strano mondo di saloni e maree e sul senso costante di freddo ed umidità che la bravura dell’autrice riesce ad instillare nel lettore, al punto da generargli fastidio.

Ho trovato una buona parte del libro assolutamente noiosa, non perchè sia scadente la narrazione (anzi, è geniale), ma perchè mi aspettavo un libro diverso, poi qualcosa cambia, inizia il sospetto e allora il livello di interesse cresce, il lettore vuole finalmente capire… e si legge tutto d’un fiato!

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“Nulla ti cancella” di Michel Bussi

Di Bussi avevo letto “Ninfee nere”, acclamato e ritenuto superiore a “Nulla ti cancella”, eppure io ho amato molto più quest’ultimo, tant’è che ve ne voglio parlare sperando di trasmettervi ciò che ho provato io.

Una mattina di giugno dell’anno 2010 un bimbo di dieci anni, Esteban, scompare sulla spiaggia basca di Saint-Jean-de-Luz, senza lasciare alcuna traccia, alcun testimone oculare, nulla di nulla come se fosse scomparso nel vuoto assoluto; la madre di Esteban è la dottoressa Maddi Liberi, la quale decide di trasferirsi in Normandia e di rifarsi una vita lontana dal luogo del dolore. Un decennio dopo ella ritorna a Sain-Jean e, sulla stessa spiaggia dove scomparve il figlio, vede un bambino, apparentemente della stessa età di Esteban, che è la copia identica del figlio scomparso e che addirittura porta un costume da bagno identico a quello del figlio oltre a presentare una voglia sulla pelle assolutamente uguale a quella di Esteban. Da questo punto inizia il mistero, la trama si infittisce sino a toccare il soprannaturale, considerando che sono trascorsi dieci anni dalla sparizione e che quindi comunque le età dei due bambini sarebbero diverse. Maddi si trasferisce a Murol, dove apre uno studio medico all’unico scopo di spiare la vita di Tom, questo è il nome del bambino che ha destato il suo interesse, scoprendo presto che lo stesso corre un grave pericolo e cercando quindi di salvarlo, destando però dei sospetti in paese. Nel mentre le coincidenze sembrano moltiplicarsi, arrivando a toccare addirittura le ipotesi di reincarnazione, nonostante la mente scientifica di Maddi, che si trova a dover fare i conti con la propria incredulità condita dal dolore di madre, ma che alla fine darà origine ad un susseguirsi di eventi che avranno dell’incredibile ma in grado di tenere il lettore incatenato alla trama fino all’ultima pagina.

Che Bussi scriva benissimo lo avevo già compreso dalla lettura precedente, ma per me questo è stato un libro magnifico, ovviamente il fatto che io abbia avuto modo di apprezzare di persona i luoghi descritti mi ha aiutata nell’immedesimarmi nella narrazione, ma a prescindere da ciò mi sento di consigliarne assolutamente la lettura.

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“Il dio dei boschi” di Liz Moore

Questo è un libro che ho avuto modo di leggere grazie alla partecipazione ad un gruppo di lettura e che, probabilmente, diversamente non avrei avuto modo di conoscere e quindi nemmeno di leggere. Sicuramente non rientra nel genere di letture che prediligo e, a libro portato a termine con gran fatica, non posso che confermare.

Ma veniamo al contenuto, visto che comunque si tratta di un romanzo scritto bene e che può piacere a chi ha dei gusti diversi dai miei.

Il tutto si svolge su piani temporali diversi, ma iniziamo dal 1975, anno in cui Barbara Van Laar, un’adolescente problematica, scompare dal campo estivo fondato dalla propria famiglia all’interno del parco delle Adirondack; la notizia fa immediatamente scalpore visto che anni prima anche suo fratello Bear scomparve in circostanze misteriose, senza essere mai ritrovato. Di quest’ultima sparizione se ne occupa Judyta Luptack, giovane investigatrice che ben presto nota la totale omertà che aleggia intorno alla famiglia, a partire dalla tardiva richiesta di soccorso da parte degli uomini della famiglia in occasione della scomparsa di Bear, all’atteggiamento della madre dei ragazzi, ancora in preda ad un dolore devastante, ma anche del capo della polizia locale che dimostra troppa fretta nel voler trovare un colpevole e della figura di Tracy, l’unica amica di Barbara e che sa sicuramente molto più di quanto appare.

I personaggi che popolano il romanzo sono molti, ma mi fermo qui per non spoilerare quel poco che a mio avviso potrebbe destare interesse, per non svelare le dinamiche familiari che potrebbero interessare il lettore e stuzzicare la curiosità e la suspence.

Lungo il dipanarsi delle pagine le indagini procedono, alternando passato e presente e portando alla luce tradimenti, menzogne e potere, mescolando gli elementi tipici del thriller con quelli del dramma familiare, il tutto focalizzando l’attenzione su una comunità benestante ma che ingabbia i sentimenti personali e le ambizioni dei singoli. L’ambientazione boschiva è anche una metafora delle contraddizioni umane che si perdono all’interno di una foresta impenetrabile, realizzando un ritratto dell’amicizia, della giovinezza e, alla fine, anche delle seconde possibilità che si appalesano quando si ha il coraggio di scegliere diversamente, anche non seguendo le regole precostituite. Ultima “tip” relativa al titolo, che mi è stata spiegata in quanto non ne capivo l’essenza, è che il “Dio” citato è il dio Pan, linguisticamente connesso al termine “panic”, che dovrebbe permeare l’intero romanzo come un thriller degno di tale nome.

Opinione personale: banale, scontato, noioso, i cui personaggi non sono nemmeno ben delineati, i piani temporali si confondono; la scrittura è però scorrevolissima, aiutando quindi anche il lettore più demotivato ad arrivare alla fine, ad un finale che però so aver lasciato interdetti e delusi innumerevoli lettori.

A voi la lettura e la sacrosanta opinione personale, soprattutto alla luce del fatto che il libro è uno dei bestsellers americani del 2024, selezionato per il Summer Book Club di Jimmy Fallon.

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“Tutta la vita che resta” di Roberta Recchia

Uno dei romanzi più acclamati dell’anno appena trascorso, una narrazione imperniata su un piano temporale “prima del dolore’ ed uno straziato da uno strappo impossibile da ricucire, segnato da un evento atrocemente attuale, una di quelle cose che mai dovrebbero accadere e che invece purtroppo funestano spesso la cronaca nera.

Marisa e Stelvio, nella Roma degli anni cinquanta, si incontrano nella bottega della famiglia di lei, si innamorano e creano una famiglia, arricchita dalla nascita di Betta e di un figlio maschio, che però nella narrazione, e forse anche nella loro vita, rimane sempre un po’ in disparte, a vantaggio di Betta, bellissima, vitale, piena di energia e di intraprendenza, di una voglia di libertà che la porterà a fare la scelta sbagliata. E poi c’è Miriam, la cui delicata e fragile personalità si svelerà solo nel piano temporale del “dopo”, quando Betta non ci sarà più, portata via in una notte che segnerà a vita l’anima di Miriam, testimone dell’efferata ferocia perpetrata su Betta.

Le pagine ad un certo punto si aprono su un mondo di omertà, di silenzi, di consapevolezze taciute che lasciano l’adolescenza in balia dei pregiudizi, lacerando di dolore una madre che non vede più una vita possibile, un padre che affronta il lutto a modo proprio e Miriam che cerca di farsi del male in ogni modo possibile, abbandonata anche dal perbenismo dilagante nella propria famiglia. L’unica speranza di togliersi di dosso il macigno del dolore e del silenzio, per lei, viene dall’incontro con Leo e dalla sua schiettezza; Leo vive nella miseria, in quel mondo lontano anni luce dalla realtà benestante di Miriam, eppure sarà lui, con la propria caparbietà e con i propri sentimenti, a portare alla luce tutte le verità celate e ad accompagnare Miriam fuori dal baratro della sofferenza.

È un romanzo dolcissimo, i personaggi sono molto ben delineati, permeato da tanto dolore ma anche pregno di speranza, in cui vengono toccate le relazioni familiari, la superficialità della classe borghese e il gran cuore di un borgataro che, nonostante tutto, rappresenterà la guarigione di Miriam; c’è la figura di Corallina, di una delicatezza meravigliosa e ricca di sentimento, ma soprattutto c’è la Scrittura, con l’iniziale volutamente al maiuscolo, perché potente, spietata e tenera.

Leggetelo, se ancora non l’avete fatto.

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“Le ragazze di Urania Cottage” di Stacey Halls

Oggi parliamo virtualmente (tutti davanti ad una tazza di tè e a dei pasticcini, al caldo del camino) di un romanzo che ho divorato, ambientato nell’Inghilterra vittoriana di David Copperfield, incentrato sulla resilienza e sulla forza delle donne, ed ispirato ad una struttura realmente esistita.

La fondatrice di Urania Cottage è Angela Burdett-Coutts, una ricca ereditiera costantemente perseguitata da Richard Dunn, un uomo assolutamente non in grado di accettare un rifiuto, oltretutto oltraggioso per l’epoca, e che appare quale una presenza costante lungo l’intera narrazione; Martha e Josephine, nonostante le passate vicende personali, cercano di costruirsi una vita dignitosa intrecciando le loro vite in tutto il romanzo e costituendone quindi delle colonne portanti. A vigilare sull’intera vita del cottage incontriamo la figura di Mrs Holdsworth, una diligente ed instancabile vedova che ricopre il ruolo di direttrice ma che, sotto una corazza di integerrima correttezza, nasconde i proprio dolori e le proprie debolezze.

Tutte le ragazze che passano dal cottage sono accompagnate da un passato pesante e complicato e il loro ingresso nella struttura viene offerto quale possibilità di redenzione: la prima ad entrarvi sarà proprio Martha, la quale sogna l’Australia ma non prima di aver ritrovato la sorella minore Emily, della quale da tempo non ha più alcuna notizia, portandoci quindi un’altra figura la cui vita andrà ad intrecciarsi a quelle della altre protagoniste , tutte al femminile.

La vita al cottage risulta essere molto ritirata, al punto da pretendere un reale isolamento da parte delle ospiti, le quali hanno davanti a sè delle giornate scandite dalle attività quotidiane e da istruzioni ben definite, con la precisa regola di non condividere mai e con nessuno le motivazioni che le hanno portate alla struttura, al fine di poter ricominciare lasciandosi tutto alle spalle.

E ora veniamo all’aspetto storico che ha ispirato il romanzo: nel novembre del 1847, a Londra, Charles Dickens inaugura Urania Cottage, una “Home for Homeless Women”, quindi una sorta di rifugio che riveste anche una funzione di esperimento sociale, una dei cui membri del comitato è realmente la Angela Burdett-Coutts del romanzo. Le attività precipue della struttura sono indirizzate al recupero delle giovani donne della classe operaia che, pur uscite da istituti penali, risultano essere meritevoli di un’altra possibilità, motivo per il quale viene loro impartito un insegnamento di base ed educate alle arti domestiche, in maniera tale da consentire loro una futura occupazione, un matrimonio oppure un espatrio presso le terre coloniali. Tale realtà salvò molte donne, personalmente selezionate da Dickens, da una vita di violenze, di miseria e di prostituzione, fornendo quindi al lettore una chiara visione di quella che poteva essere la vita di una donna nel periodo vittoriano, spesso osannato nelle ambientazioni di molti testi ma spesso pericoloso per le donne che non avevano alle spalle un sufficiente background familiare.

Il romanzo è bellissimo, scorre alla velocità della luce, lo si divora in breve tempo e, nel mentre si gode della narrazione, si approfondisce uno spaccato storico realmente esistito e che, almeno per quanto mi riguarda, mi ha sempre affascinata (sarà l’amore che ho sempre provato per le opere di Dickens…).

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“Malinverno” di Domenico Dara

Malinverno è un romanzo strano, anomalo, breve ma intenso, ma è anche il nome del protagonista, Astolfo Malinverno, la voce narrante di un uomo che riveste la figura di bibliotecario e, ben presto, anche quella di guardiano del cimitero di Timpanara, piccolo centro nato dalla fantasia dell’autore in cui si conoscono tutti.

Astolfo, in conseguenza all’infortunio subito dal guardiano del cimitero locale, riceve l’incarico di sostituirlo, in affiancamento al preesistente lavoro alla biblioteca, mansione che lo colpisce con fastidio e preoccupazione, tant’è l’attaccamento alla biblioteca, ma che ben presto inizierà ad affascinarlo, soprattutto grazie alla foto affissa su una lapide anonima e che egli ribattezza con il nome di Emma, stante la somiglianza con Emma Bovary, immaginandola ed innamorandosene lentamente, al punto di procurarsi una copia dell’immagine che la raffigura.

Nel mentre nella sua vita appare una donna le cui sembianze sono quelle della sconosciuta defunta, ma avvolta dal mistero, da inquietanti silenzi, che lo avvicina e che sembra affezionarglisi, portando i sentimenti di Astolfo ad un livello purissimo, ma della quale nulla aggiungo per non incorrere nel pericolo di spoiler.

Astolfo Malinverno è un uomo sensibile, umile, assolutamente empatico, segnato dalla sensibilità e da problemi di salute, ma capace di sentimenti immensi, è un atipico bibliotecario che riesce a trovare un punto d’incontro tra i due incarichi assegnatili arrivando a dare una degna sepoltura ai volumi irrecuperabili in un angolo del camposanto, ma anche in grado prendersi cura di chi soffre e di regalare conforto disinteressato.

Ho faticato all’inizio della lettura di questo volume, lo ammetto, perchè lento, atipico, perchè non capivo dove volesse andare a parare, ma alla fine si tratta di una riflessione sul rapporto tra la vita e la morte, una riflessione che riesce a sublimare anche il momento più doloroso del trapasso; ammetto che la fatica che ho provato è dovuta anche al mio pessimo rapporto con la morte, al terrore che mi attanaglia ogni qualvolta un evento mi sfiora, alla repulsione pura che ho per i cimiteri e per tutto quanto vi abbia a che fare, ma è valsa la pena leggere la scrittura di Domenico Dara, una scrittura colta, ineccepibile, assolutamente perfetta, mai ridondante nonostante la cura di ogni termine, anche se ricercato. Un libro che è una piccola chicca, non perdetevelo.

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“Acciaio” di Silvia Avallone

“Millecinquecento gradi, è questa la temperatura di fusione della lega. L’acciaio non esiste in natura, non è una sostanza elementare. La secrezione di migliaia di braccia umane, contatori elettrici, bracci meccanici, e a volte la pelliccia di un gatto”.

Piombino, via Stalingrado, dove la vita è dura, claustrofobica, cupa, gelida come l’acciaio, il prodotto dell’acciaieria Lucchini, “la fabbrica” intorno alla quale vortica la vita di un paese intero: siamo nel 2001, il calore estivo è soffocante e su questo panorama desolante si stagliano le vite dei protagonisti, letteralmente in un “complesso di quattro casermoni, da cui piovono pezzi di balcone e di amianto, in un cortile dove i bambini giocano accanto a ragazzi che spacciano e vecchie che puzzano”. Non è un panorama idilliaco, ma è qui che incontriamo Anna e Francesca, quattordicenni la cui amicizia nasce tra i banchi scolastici, avide di voglia di crescere nonostante il rischio che ciò comporti nell’ambiente spettrale sopra descritto; eppure sognano, con lo sguardo costantemente rivolto verso l’Isola d’Elba, con la consapevolezza del turismo danaroso che la abita, in stridente contrasto con Piombino, un braccio di mare a dividere la ricchezza dalla mancanza di un futuro. Sognano un domani lontano dalle case popolari e dalla violenza maschile di chi vive male, di chi si smazza in fabbrica per quattro soldi rovinandosi la salute e il futuro, dove non si va al cinema, nè in biblioteca, nè tantomeno in vacanza. Anna e Francesca sono di una bellezza rabbiosa densa di fragilità nascoste, ballano seminude dinanzi ad una finestra aperta sfidando il mondo e cercando di dimenticare la realtà familiare, il veleno dell’altoforno, le violenze quotidiane, l’indifferenza, la stessa indifferenza di un medico che, curando le ferite di Francesca, conseguenze delle botte del padre, finge di non vedere coprendo quindi le menzogne della famiglia, tanto il proletariato non conta nulla.

Nella visione di questa società metallurgica il popolo non lotta, magari di facciata proclama lotte sindacali ma si allinea al padrone, il mito non è il rivoluzionario ma il capitalista, il tutto condito da violenza, droghe, rassegnazione e infortuni mortali; l’unico rapporto umano che ha un senso è quello tra Anna e Francesca, anche se subisce degli scossoni pesantissimi ad un certo punto del romanzo, perturbato dal sentimento e dall’autodistruzione di una delle due amiche.

Il libro è terribilmente asciutto, claustrofobico e rappresentativo di una generazione oramai priva di valori, senza ideali, abbandonata anche da quella politica che potrebbe permettere qualche forma di lotta sindacale, qualche miglioramento, ma la sfiducia distrugge ogni alito di speranza portando ad un immobilismo pesantissimo; lo stile di scrittura è duro, incalzante, tostissimo. Ti porta a capire che per stare dalla parte sbagliata del mondo non serve recarsi lontano, delle volte pochi chilometri possono fare la differenza; arriva a farti male, sono capitoli forti che lasciano il segno, il tutto grazie ad una penna superba, una scrittrice bravissima.

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“Il piccolo negozio della felicità Hygge” di Rosie Blake

Ultimamente vi ho proposto una quantità di libri molto belli, ma non proprio pregni di gioia o di leggerezza, quindi oggi ho deciso di condividere uno di quei libri coccola che, pur non costituendo esempi di alta letteratura, comunque mi hanno regalato dei momenti di calma e di serenità impagabili; avete presente quei libriccini invernali che vi fanno apprezzare un divano, una copertina ed una tisana calda? Ecco, nei momenti di maggiore caos mi sono rifugiata tra queste pagine e il relax ed il benessere che ne ho ricavati sono stati salutari.

Clara Kristensen è una giovane donna danese che approda, per una semplice vacanza dopo un periodo non proprio dei migliori, a Yulethorpe, nel Suffolk: qui vi è un negozio di giocattoli sulla via della chiusura per mancanza di clienti, il che rispecchia lo stato di abbandono in cui inizia a versare la località, e verso il quale prova immediatamente una sorta di attrazione. Il negozio è gestito da una proprietaria in procinto di partire per la Spagna, una donna dallo spirito nomade e un notevole caos interiore, come si può notare sin dal primo capitolo (che, vi avviso, non invoglia a proseguire nella lettura in quanto confusionario e di scarsa qualità, a mio avviso, ma non demordete e proseguite, ne sarà valsa la pena); Clara prova un tale trasporto verso l’occasione che le si presenta davanti e avanza alla proprietaria la proposta di mantenerle il negozio aperto, gratuitamente, in cambio della possibilità di alloggiare nel piccolo appartamento sito al di sopra della bottega, facendosi quindi anche carico del pappagallo (una sagoma!) e del gatto che diversamente dovrebbero venire affidati a delle cure esterne, rimanendo quindi soli tutto il giorno. La sua proposta viene accettata a da qui si apre il mondo magico che Clara, con la sua delicatezza, la sua sensibilità e la fantasia enorme che la caratterizza, riesce a creare, partendo da una caotica bottega malandata, da un appartamento in condizioni deplorevoli e da un magazzino che è l’apoteosi del caos e la rappresentazione della vita della proprietaria.

La magia che Clara riesce a compiere sugli abitanti di Yulethorpe è incredibile, non fosse per le cattiverie che le vengono rivolte da una compaesana intenzionata ad acquistare l’immobile e per l’improvvisa presenza di Joe, il figlio di Louisa, la proprietaria, un giovane che si è perso per la strada barattando la propria felicità per la carriera e per gli affari; tuttavia piano piano Joe riesce ad ammorbidirsi e inizia a ricordare le piccole gioie dell’infanzia, la spensieratezza provata prima di iniziare la scalata al successo al fine di compiacere un padre assente, comincia quindi ad osservare le qualità di Clara con occhi diversi, apprezzandone la calma e quella costante ricerca del benessere mentale che a lui manca completamente.

Non si tratta di alta letteratura, ma è un libro che infonde una tranquillità incredibile, già a partire dalla copertina, che ci porta davvero a comprendere quali siano il potere di un’atmosfera rilassata, del bagliore di una fiamma di candela, di una torta appena sfornata e del suo profumo, il potere del calore di una famiglia, quella che abbiamo sempre data per scontata e che ultimamente si sta perdendo tra pensieri rivolti alle problematiche professionali, agli orari sballati a causa dei quali qualche membro di casa manca sempre, allo stesso mondo lavorativo che ci ha oramai derubati della giusta pausa pranzo tra le mura domestiche. Queste pagine sono un inno alla calma, al calore dell’anima, alla giusta attenzione per le piccole cose, allo spazio per la creatività, all’infanzia collocata nell’ambiente domestico e non parcheggiata in strutture asettiche.

Se la sola lettura un romanzo di questo tenore infonde così tanta calma proviamo a pensare ad una vita di questo tipo, a rallentare e rivalutare i nostri ritmi, senza appellarci a scuse e a presunte impossibilità di mettere in atto un modo di vivere diverso da quello socialmente imposto, ma imponendo le nostre necessità davanti a tutto il resto, con buona pace degli altri e godendoci il nostro ritrovato benessere.

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