Letture

“Tatà” di Valérie Perrin

Premetto di amare alla follia questa autrice, narratrice di storie deliziose ma mai scontate, romantiche ma mai stucchevoli, piene di sentimento e di umanità e sempre scorrevolissime; da quando lessi il primo romanzo la adoro nonostante spesso venga stroncata dai lettori più radical chic, a mio avviso quelli che anzichè godersi una buona storia preferiscono elevarsi ad amanti dei grandi classici russi, nonostante a mio avviso spesso non ne abbiano mai aperta un’opera. Momento polemica terminato ma dovuto in quanto anche “Tatà” è stato stroncato da una buona platea di sedicenti lettori impegnati.

E’ un romanzo elegante in cui “nessuno è senza storia”, nemmeno una solitaria calzolaia di Gueugnon, piccolo centro della Borgogna, il cui vissuto viene scoperto con gentile lentezza dalla nipote Agnès, quando ritorna al paese della zia Colette a seguito del decesso di quest’ultima, ritenuta già defunta tre anni prima. Quindi “Colette è rimorta, parola che non esiste da nessuna parte. Non esiste il termine ‘rimorire'”.

Agnès risulta essere la parente più prossima di Colette, che in vita ha amato la nipote con tutta l’anima, nonostante l’allontanamento distratto di Agnès degli ultimi anni, condito dal rimorso per non essere stata più vicina a questa zia che l’amava come una figlia al punto di lasciarle in mano tutto il suo mondo. Oramai non c’è più tempo per ritornare indietro, ma sente di doverle la comprensione, di capire cosa sia accaduto e di chi sia il corpo che riposa nel primo sepolcro della zia; pertanto Agnès, regista in piena crisi creativa e personale, lascia Parigi alla volta di Gueugnon, apparentemente per seguire le pratiche di successione ma in realtà per ripercorrere la vita di Colette.

Le vengono in aiuto delle registrazioni lasciatele dalla zia, che improvvisamente si palesano e il cui ascolto impegnano ore, giorni, settimane della vita di Agnès, una narrazione piena di poesia che svela un intreccio raffinato di esistenze, prima tra tutte quella di Colette, una donna apparentemente stramba ma che svela una vita densa di generosità, la vita di una donna che non lascia figli dietro di sè ma tanto amore per chi l’ha avuta nel cuore, una donna lontana da qualsiasi frivolezza eppure innamorata del calcio, sport maschile per eccellenza, al pari dell’anomalo mestiere della calzolaia, svolto con passione e dedizione per tutta la vita.

L’ascolto di questa audiocassette svela ad Agnès una vita nascosta ma incredibile, fatta di amicizia e di amore, una vita comune eppure eccezionale e ogni ora ascoltata, mentre la zia le parla, diviene straordinaria, il racconto di una vita complessa, lenta, dignitosa ma soprattutto libera.

La narrazione è meravigliosa, apprezzabile da chi ama i libri lunghi e lenti, le storie raccontate sono quasi visivamente cinematografiche in una scenografia che ha tutta la poesia e la gentilezza delle campagne francesi; si raccontano la nostalgia, la lentezza, le piccole cose, le vittorie al pallone e i dischi degli Abba da ballare in maglietta e capelli al vento.

Concludo così: “Mi tremano le mani. Me la prenderò con calma, voglio scoprire quelle cassette poco a poco, come un regalo. Non le ascolterò in ordine, chiuderò gli occhi e lascerò fare al caso, come quando si legge un libro che non si vuole divorare, ma assaporare. Ho tutto il tempo che voglio”.

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